Robotica Creativa
Per giovani tecnologici

Negli ultimi anni la robotica per l’infanzia ha attirato sempre maggiore attenzione, conquistando un posto di rilievo nella formazione dei più giovani. Prendendo a prestito un termine della lingua inglese, le attività di TINKERING, ovvero un modo di sperimentare ed esplorare le conoscenze tecnologiche attraverso la creatività e la realizzazione pratica, permettono di portare l’apprendimento da passivo ad attivo, dove i ragazzi sono chiamati ad agire e produrre qualcosa di concreto. Il manuale di ricette ha questo scopo: dare alcune nozioni che guidino i giovani nella creazione di mac-chine automatiche e robot a partire dalle cose vecchie che si trovano in casa o nelle aule scolastiche. Un secondo aspetto riguarda i costi di queste realizzazioni, non solo quelli economici ma anche quelli che riguardano anche l’impatto sull’ambiente dei materiali utilizzati. La robotica per ragazzi è alla portata di tutti, non necessita di kit dai costi elevati, utilizzabili magari una volta sola e destinati ad accrescere rifiuti speciali e dallo smaltimento complesso. Liberando fantasia e curiosità è possibile dare vita a robot creativi attraverso materiali di recupero, progettare e assemblare macchine via via sempre più complesse, imparare a raccontare quello che si costruisce e da dove provengono gli oggetti utilizzati




Un viaggio nel Novecento sulle strade della Riviera dei Fiori

Dalle vetture a cavalli dell’Ottocento ai moderni autobus, per servire le lunghe vallate d’entroterra, le località collinari e i centri sulla litoranea, con linee locali, urbane, Gran turismo.
Sono stati pubblicati diversi volumi sulla storia e l’attività di importanti imprese di trasporto pub-blico operanti nel ponente ligure (come la SATI e la STEL) e in generale sui servizi tranviari e filo-viari in provincia di Imperia, compreso quello sulla funivia San Remo-Monte Bignone. Questo nuovo libro – pur ricordando, in appositi riquadri, i servizi a trazione elettrica già ampiamente trattati in quelle precedenti pubblicazioni – si sofferma soprattutto sulla storia – in gran parte ormai sepolta dal tempo – delle tante imprese di autolinee, spesso individuali o a carattere famigliare, che si avvicendarono nel corso del Novecento, servendo località d’entroterra, collinari e sulla litoranea. Il volume, dopo un primo capitolo sulla storia della mobilità pubblica nel secolo scorso, è suddiviso per territori omogenei, nei quali i trasporti pubblici locali sono ricordati nel loro sviluppo, dall’inizio del Novecento agli anni Settanta, con un ulteriore capitolo – questa volta a livello provinciale – relativo alla gestione pubblica nell’ultimo quarto di secolo. L’Appendice, infine, è dedicata ai servizi a lunga percorrenza e di Gran Turismo che interessarono la provincia. Nel testo (trattato per territorio e non per impresa, per cui in alcuni casi si troverà la stessa azienda citata in capitoli diversi), oltre alle numerose immagini, in massima parte inedite, sono stati inseriti e commentati diversi orari di servizio delle linee, perché, specie nella prima metà del Novecento, dal numero e dalla sequenza delle corse dell’allora “necessaria” corriera, riemerge il quadro della realtà storica e sociale delle località servite. Infine, non sono dimenticati i veicoli che furono in servizio presso le varie concessionarie: figurano nelle tante immagini pubblicate e sono ricordati nel testo o in apposite tabelle; di queste ultime, però, sono riportate, a titolo di esempio, solo quelle di alcune imprese o per periodi limitati, sia per l’assenza di notizie certe sul parco storico di un secolo, in particolare per i primi anni del Novecento e per quelli dei periodi bellici, sia per non gravare il testo di troppi prospetti con dati dal contenuto, in definitiva, di interesse relativo. Corrado Bozzano




Di padre in figlio

Di padre in figlio è una raccolta di racconti che legano tre generazioni della famiglia Ansaldo. Gio-vanni Battista figlio di Giovanni, giornalista e scrittore, e Francesco Gerolamo padre di Giovanni. Francesco Gerolamo è figlio di un altro Giovanni, quello che fu tra i principali artefici della costitu-zione, nel 1853, della Gio. Ansaldo & Co dalla quale prenderà avvio il progetto di industrializza-zione del Regno di Sardegna prima e del Regno d’Italia poi. È grazie a Giovanni Battista che Fon-dazione Ansaldo ha l’opportunità di pubblicare questo libro. Egli infatti raccoglie e riordina gli straordinari racconti che il padre Giovanni scrive traendo spunto dai resoconti di Francesco Gero-lamo di professione marittimo, dapprima giovanissimo a bordo degli ultimi briganti- ni a vela che solcavano a fine Ottocento le rotte tra Regno Unito e l’Oriente e poi quale capitano di lungo corso sui primi grandi piroscafi, vanto della cantieristica italiana dell’epoca, in servizio a inizio novecento tra l’Italia e le Americhe. I racconti narrano di quest’ultimo tempo, quello delle massicce immigra-zioni che portano al di là dell’Atlantico tanti nostri connazionali in cerca di speranza e fortuna. Ognuno di questi racconti raccoglie lati curiosi, comici e anche drammatici di queste traversate che la penna magistrale di Giovanni dipinge con quel tratto continuo che non permette di interromperne la lettura fintantoché non si arriva all’ultima pagina del libro. È il ritratto di un tempo, con le sue luci e le sue ombre, che qualche lettore dai bianchi capelli potrebbe ricordare ripensando a qualcosa che aveva magari sentito raccontare dai propri nonni e genitori. L’opera è la rappresentazione plastica di un talento familiare che, sotto diverse forme e professioni, lega tra loro queste generazioni regalandoci, a fine libro, un nostalgico desiderio: quella di voler scoprire altri racconti, inediti, per sperare di poter continuarne la lettura. I racconti sono introdotti da una toccante prefazione del pro-fessor Francesco Perfetti, nel ricordo di Giovanni Battista e di Giovanni Ansaldo.
GIOVANNI ANSALDO (1895-1969), annoverato come una delle firme più note del giornalismo novecentesco, discende da una prestigiosa famiglia genovese: il nonno fu uno dei fondatori della ri-nomata ditta Ansaldo e il padre capitano di ma re di lungo corso che ebbe il merito di scoprire nuove rotte commerciali verso l’America. Completati gli studi in giurisprudenza dopo la Prima guerra mondiale, inizia la sua carriera comecronista per «Il Lavoro» fino a diventarne, nel 1922, capo re-dattore. Attorno alla testata ruotano importanti intellettuali come Piero Gobetti con cui inizierà un rapporto di amicizia e di collaborazione sulla rivista «Rivoluzione Liberale». Dapprima fervente an-tifascista, partecipa al manifesto degli antifascisti di Benedetto Croce e nel 1926 viene condannato a cinque anni di confino a Lipari. Riprenderà la professione l’anno successivo grazie alla mediazione di Leo Longanesi, sebbene senza la possibilità di firmare i suoi articoli che saranno siglati con una stella nera, pseudonimo che lo renderà celebre nell’editoria. Una volta allineato alle direttive gover-native fasciste, nel 1936 Costanzo Ciano lo volle direttore del quotidiano «Telegrafo». Dopo la ca-duta del regime fu catturato dai tedeschi e deportato in Polonia e in Germania. Tornato in Italia nel 1945, diresse altri importanti testate giornalistiche quali «Il Borghese» di Milano e «Il Mattino» di Napoli.




Era solo un bambino

Era solo un bambino è un romanzo che prende spunto da alcuni eventi realmente accaduti, integrati da testimonianze orali, da notazioni giornalistiche, ricerche d’epoca, episodi creativi, dove sfilano personaggi che si intrecciano nelle pieghe di un conflitto ormai in disfacimento dal 1942 al 1945 della Seconda guerra mondiale. Il libro descrive un periodo di grande fermento dove Luisa con il figlio Marco, sfollati da Genova in un piccolo paese dell’Oltrepò Pavese, il cugino Mario, respon-sabile commerciale di una corderia a Sant’Angelo Lodigiano, il colonnello Franz, comandante di una compagnia di Panzerkampfwagen VI Tiger della Wehrmacht, la maestra Giovanna, l’amico del cuore Piero e il parroco don Giorgio, sono costretti ad affrontare vicende più grandi di loro.

MAURO MARICINO è nato Genova dove attualmente vive. Perito Industriale Meccanico ha fre-quentato la facoltà di Scienze Politiche.Affascinato dalla letteratura, dalla storia, dal progresso e dalla scienza, ha dovuto conciliare il suo impegno politico e l’attività sportiva, con il lavoro di esperto di progettazione meccanica e di strutture presso grandi aziende, per la collaborazione su temi più diversi a riviste aziendali, sindacali e pubblicazioni tecniche. Come opinionista ha scritto, per dieci anni, sui giornali locali: “Corriere di Sestri Ponente” (Genova) “L’Eco di Levanto” (La Spezia) Per il Geko Edizioni ha pubblicato i libri: nel 2015 Riflessioni Semplici e Racconti Minimi nel 2016 Un pezzetto di vita nel 2020 Intrecci di Parole




Il mio mondo

Un lungo racconto dove penso di aver descritto le evoluzioni di un uomo che ha voluto da sempre accrescere la propria conoscenza ed esperienza senza mai risparmiarsi e affrontando con determina-zione quanto gli veniva proposto con la coscienza di sempre bene operare con dignità senza com-promessi di sorta. Ho voluto sempre dimostrare quanto l’affrontare l’avvenire, sempre nei limiti delle proprie conoscenze, consista in un insieme di grande volontà, umiltà e impegno. Il tutto con lo studio anche dettagliato delle prove che avremmo dovuto affrontare nel breve periodo della nostra esistenza. Ora come cantava un grande “My end is near” e nel mio piccolo ho sempre percorso la “My way”.

FRANCO EMILIO BUGLI nato a Genova Sampierdarena nel 1941 e vive attualmente a Sestri Ponente. Diplomato Perito Elettrotecnico all’Istituto “Galileo Galilei” ho lavorato all’Italimpianti come Direttore dei lavori in più cantieri, Project Manager nella realizzazione della Centrale Nucleare di Cordoba in Argentina e Testimone dei collaudi in campo Elettrico, Strumentazione e Automa-zione per grandi società anche internazionali. Ha pubblicato due racconti: “C’era una volta la Co-scia” e “Tutti a Taranto”. Il presente racconto completa la sua esperienza di vita




La Società del Giardino
Sociabilità e convivialità nella Milano moderna

Questa nuova pubblicazione è una accurata ricerca storico-scientifica che racconta sì della vita sociale del circolo ma soprattutto racconta – e questo è il va- lore aggiunto che ha sorpreso tutti e ha appassionato gli Accademici nel lavorare sugli archivi – dell’evoluzione della sociabilità nella città di Milano nel corso dei due secoli, l’Ottocento e Novecento, ricchi di tante trasformazioni. Soprattutto il Novecento è stato un secolo che ha consacrato Milano città europea, capace di competere con le grandi capitali. Milano, Mediolanum, da sempre terra di mezzo appunto, luogo di incontro delle genti tra nord e sud, est e ovest. Milano, locomotiva di progresso economico grazie alla sua predisposizione ad accogliere e ad aprirsi a nuove sfide. Milano, riferimento nazionale indiscusso per il lavoro nonché riferimento internazionale per la finanza, le corporation globali, la moda, il design, la cultura e, più recentemente, l’educazione universitaria e il turismo (ma anche per il terzo settore, probabilmente per quella innata vocazione meneghina all’accoglienza). È nel corso del Novecento che si modifica l’aspetto urbanistico della città, con il sorgere dei primi grattacieli: il cosiddetto Pirellone e la Torre Velasca. Nascono nuovi quartieri quali Quarto Oggiaro, QT8, Milano 2. Cambia il suo profilo etnico: da multiregionale a multietnico, insomma un nuovo “abito”, sempre più cosmopolita e globale. Ma vediamo più da vicino la struttura della ricerca. In apertura del volume, Angelo Bianchi analizza i primi Regolamenti del circolo (giunto sino a noi in forma manoscritta e mai dato alle stampe), che viene contestualizzato e messo in relazione con i successivi. Riccardo Benzoni poi delinea la composizione della compagine sociale offrendo al lettore un complesso studio prosopografico dei primissimi soci del circolo, dalla fondazione fino alla prima metà dell’Ottocento. A seguire, Elena Riva dapprima si interroga sul cambia- mento della sociabilità alle soglie dell’unità nazionale, per poi passare a descrive- re ed analizzare le grandi feste, i balli e le accademie che resero celebre il circolo. Rosa Cafiero, da musicologa, si sofferma sul ruolo fondamentale delle accademie musicali. Carlo Bazzani prosegue attraversando le vicende del circolo nell’età risorgimentale, epoca cruciale in tutta la penisola ma, soprattutto, per Milano, mentre tocca a Maurizio Romano indagare vicende e personaggi del circolo nella prima metà del Novecento, in un’età che potremmo definire già contemporanea. Infine, Silvia Donghi prova a ricostruire le varie fasi di formazione dell’archivio sociale del circolo, con particolare attenzione alle figure dei primi soci con qualifica di archivisti e all’operato di Ambrogio Terruggia, che fu il primo a ricevere dalla Direzione l’incarico di operare un ordinamento ed uno scarto sulle carte del circolo. In chiusura, indaga la composizione della biblioteca sociale della Società del Giardino, in modo da fare emergere le letture della classe dirigente milanese attraverso i decenni. Leggere i vari capitoli è come fare un viaggio nel tempo che, attraverso gli occhi del circolo, apre alle trasformazioni di cui si accennava precedentemente. Il circolo è davvero uno specchio della sua città e questo rappresenta un valore importante, idealmente il pilastro su cui poggia l’impalcato che proietta il circolo stesso, e la sua storia, in questo nuovo secolo, con le sue tradizioni – ora secolari – e le sue consuetudini, fatte di immutabile spirito di convivialità e conversazione, che si fondano sul principio dell’amicizia. Infine, della sua sede, da percepirsi quale seconda casa a tutti gli effetti per i suoi sodali: un baluardo a protezione di quella umanità buona, lontana da ideologie e pregiudizi, quella del vivere bene, nonché occasione per sospendere, per quei tratti di tempo trascorsi a Palazzo Spinola, pensieri e preoccupazioni dettati dalla frenetica quotidianità. Seguendo negli anni recenti le vicende del circolo non si può non considerare come esse siano strettamente legate alle vicende cittadine e nazionali coeve. I notiziari sociali, negli anni Sessanta e Settanta (gli anni delle lotte per nuove conquiste sociali, della contestazione giovanile e poi, purtroppo, del terrorismo), si fanno visibilmente scarni, e mostrano una sociabilità principalmente rivolta verso l’interno, forse un po’ autoreferenziale, piuttosto che all’esterno. Negli anni Cinquanta gli Albi Sociali riportano un numero di soci ben superiore ad 800: ver- so lo scorcio degli anni Settanta, invece, la compagine sociale appare così ridotta da non raggiungere le 400 unità. La seconda delle grandi transizioni che il secolo scorso ha attraversato, dopo la fine del secondo conflitto e il boom economico, è stata quella degli anni della crisi cui seguiranno, come poc’anzi accennato, prima le lotte operaie, poi la contestazione studentesca e, infine, i cosiddetti “anni di piombo”. Il circolo ha attraversato queste fasi e le ha sofferte: ciò nonostante, ha costituito sempre un punto di riferimento per il corpo sociale, sempre rappresentativo della migliore qualità della società civile meneghina nelle sue varie professioni. Leggere i nomi di Luigi Carraro e Angelo Moratti negli annuari sociali degli anni Sessanta riporta, con un senso di sognante romanticismo, ai tempi della vincente Milano calcistica, e del suo stadio San Siro. Anche leggere quelli di Elio e Fulvio Bracco, Bernardo Caprotti, Silvio Tronchetti Provera, del senatore Senatore Borletti e dei fratelli Ferdinando e Mario Borletti, di Giovanni Battista Caproni di Taliedo, di Antonio e Rinaldo Invernizzi, di Franco Ratti di Desio dà uno spaccato rappresentativo, ancorché non esaustivo, della Milano del saper fare presente nel corpo sociale. Per non dimenticare dell’arte, della scienza, della cultura e dello sport: Gianni- no Castiglioni, autore di una delle porte bronzee del Duomo; Mario Tiengo, già Presidente del Giardino, pioniere della terapia del dolore; Cesare Chiodi, già due volte anch’egli Presidente del circolo, ingegnere e urbanista, assessore all’edilizia di Milano (cui si deve tra l’altro il progetto del nuovo Ospedale Maggiore di Mila- no); Sileno Fabbri, al quale si deve la stipula di una convenzione tra l’Amministra- zione Ospedaliera e la Regia Università che rappresentò l’atto di nascita dell’O- spedale Policlinico di Milano; Angelo Campiglio, proprietario della Villa Necchi Campiglio oggi casa museo del FAI; Francesco Cetti Serbelloni, Presidente del Touring Club Italiano; i senatori Guido Ucelli di Nemi, ingegnere e fondatore del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano e Giovanni Treccani degli Alfieri fondatore, con Giovanni Gentile, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana; infine Edoardo Mangiarotti, schermidore, l’olimpionico italiano più medagliato di sempre. In continuità con le radici e le passioni musicali che dalla fondazione in quel lontano 1783 contraddistinguono la Società del Giardino, molti dei grandi nomi della musica – musicisti, cantanti, registi – sono passati nelle sale di Palazzo Spinola: Renata Tebaldi, Giulietta Simonato, Luciano Berio, Claudio Abbado, Lu- ciano Pavarotti, Franco Zeffirelli, Riccardo Muti, Riccardo Chailly, Carlo Maria Giulini, Uto Ughi, senza dimenticare anche quelli della musica moderna: su tutti, sir Paul McCartney. Di questi abbiamo traccia ma, probabilmente, altri ancora hanno varcato l’ingresso di via San Paolo 10. Nel maggio del 1956 si recò in visita al circolo S.E. Monsignor Giovanni Battista Montini, all’epoca arcivescovo di Milano, eletto poi al soglio pontificio nel 1963 col nome di Paolo VI. Merita citazione la conferenza nel 1963 di Gaetano Marti- no, protagonista del rilancio europeo che aveva guidato nel 1957 la delegazione italiana per la stesura e la firma dei Trattati di Roma, costitutivi della Comunità Economica Europea. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta ricordiamo le serate con gli autorevoli consoci Cesare Merzagora (banchiere e politico, presi- dente del Senato reggente la Repubblica durante la malattia del Presidente Antonio Segni) e Ardito Desio, esploratore noto soprattutto per aver guidato la vittoriosa spedizione che ha portato sulla vetta del K2 (la “montagna degli italiani”) gli alpinisti Achille Compagnoni e Lino Lacedelli nel 1954: proprio in quell’anno Desio entra al circolo come socio. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si ebbero numerose manifestazioni connesse allo sport, con la partecipazione dei vertici del CONI e del CIO tra i quali Giulio Onesti e Juan Antonio Samaranch, e la partecipazione di tanti campioni nazionali. Nel dicembre del 1998 si è tenuta una serata dedicata ai Premi Nobel con Rita Levi Montalcini (1909-2012, Nobel Medicina 1986), William Sharpe (1934-, Nobel Economia 1990), Kary B. Mullis (1944-, Nobel Chimica 1993), Robert C. Richardson (1937-2013, Nobel Fisica 1996). Alcuni di questi scienziati sono tornati al circolo tre anni più tardi per una serata dal titolo For the benefit of humanity. Un omaggio di Milano per il centenario del Premio Nobel. Nel primo decennio di questo secolo vanno ricordate anche le affollate e affascinanti conferenze di Monsignor Gianfranco Ravasi, allora Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, oggi reverendissimo Cardinale e Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura, nonché Presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Interessanti anche i duetti su temi di etica comportamentale che Ravasi ingaggiò con soci di rilevanza imprenditoriale e accade- mica a livello nazionale quali il dott. Cesare Romiti e il prof. Giacomo Vaciago. Infine, non è possibile tralasciare: il rapporto della Società del Giardino con le istituzioni cittadine, a partire da quello con le Forze Armate e con le Forze dell’Ordine che, a rotazione, si raccontano nel Salone Oro nella serata della loro festa, il 4 novembre, ora estesa anche a celebrare l’Unità Nazionale, talvolta con la presenza dei propri Capi di Stato Maggiore e/o Comandanti Generali; il rapporto con il Corpo Consolare, sia in collaborazione con altre associazioni sia ospitandoli, con regolarità, in serate loro individualmente dedicate, tipicamente nel giorno della rispettiva festa nazionale; per finire, quello con il Teatro alla Scala per il quale ospitiamo la serata di gala – il cosiddetto “dopo Scala”- che segue la “Prima” del programma operistico, nella notte di sant’Ambrogio, non fosse altro che per rimarcare quanto la nostra casa, al civico di San Paolo 10, rappresenti quel luogo fisico ideale e iconico proprio per ciò che la Società del Giardino da sempre rappresenta agli occhi di Milano, delle sue Istituzioni e dei suoi cittadini. Siamo così giunti all’alba del nuovo secolo, ma anche alla fine di questa premessa. Questi ultimi venti anni hanno visto tanti cambiamenti, non è il caso naturalmente – né questa la sede – di approfondirli tutti ma, sicuramente, due devono essere brevissimamente ripercorsi. Il primo: il circolo ha chiuso i battenti per un lungo periodo – diversi mesi – a causa della pandemia da covid-19. Il secondo: l’avvento delle tecnologie digitali che hanno profondamente e rapidamente trasformato il modo di socializzare e di comunicare. Le chiusure dettate dal covid hanno segnato il corpo sociale che ha provato a ritrovarsi on-line ma, alla fine, ha fatto comprendere e poi riscoprire il desiderio della presenza fisica, quindi il fascino della quotidiana convivialità al Riservino o al Tavolo Sociale e quello della partecipazione ai tradizionali eventi sociali, sempre sentiti e partecipati.La trasformazione digitale ha invece messo in luce quanto le tradizioni, gli usi e le consuetudini che la Società del Giardino ha da sempre coltivato siano davvero “senza tempo”, non rimpiazzabili da altri mezzi, congegni digitali inclusi. Tutta- via, il circolo non si è mai fermato. In questi primi duecentoquarant’anni, anzi, il circolo ha sempre – e continua sempre – a guardare al futuro, rinnovandosi nel rispetto dei propri valori e della propria tradizione.




Agostino Dellepiane Sacerdote
A Barbagelata dal 1951 al 1989

Un impegnativo lavoro di ricerca quello portato avanti dai nostri due studiosi di storia della Chiesa chiavarese: raccolta meticolosa di scritti e fotografie, ricostruzione puntuale della figura e dell’opera di don Agostino così come del contesto in cui si è svolta la sua vicenda biografica, sguardo attento ai testi che hanno alimentato la sua formazione teologica. Ne emerge la figura di un pastore secondo il cuore di Dio: ampi spazi dedicati alla preghiera (fedeltà alla Liturgia delle Ore, tempi prolungati di adorazione dinanzi al Ss.mo Sacramento); sobrietà, a volte ai limiti dell’indigenza; generosità; animo umile, gioioso e benevolente; costante aggiornamento teologico (quando sono stato a Barbagelata mi sono soffermato a lungo sui libri custoditi nella sua biblioteca: testi di grande valore formativo); obbedienza al vescovo, a volte – se non ho inteso male – assai faticosa; spirito di accoglienza; cura delle relazioni; accompagnamento spirituale di numerose persone, tra cui non pochi presbiteri; amore per il santo popolo fedele di Dio. Sono certo che coloro che leggeranno le pagine di questa pubblicazione ne trarranno grande beneficio spirituale nel senso che si accrescerà in loro il desiderio di accogliere sempre più pienamente «l’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5), e, con il proprio cuore dilatato da questo amore, mettere, con Gesù e come Gesù, la propria esistenza a servizio degli altri. E così, al pari di don Agostino, faremo esperienza di pienezza di vita.
FRANCESCO BARATTA– È nato e risiede con la moglie Rosetta a Sestri Levante: due figli e cinque nipoti. Commendatore della Repubblica e dell’Ordine Equestre di San Silvestro, già Presidente della Fondazione Beato Junipero Serra, è stato Presidente regionale e Consigliere nazionale dell’Unione Cattolica Stampa italiana e membro dell’Accademia Cultori di Storia Locale. Giornalista pubblicista, ha ricoperto significative responsabilità nell’ambito della curia di Chiavari: direttore del periodico “Il Villaggio del Ragazzo”; Direttore di Telepace; direttore di “Voci dal deserto, monasteri di Betlemme”; direttore editoriale di “Serra Tigullio” ed è stato Direttore dell’Ufficio per la Promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica. È autore di libri e saggi pubblicati da Internòs Ed., F.lli Frilli Ed., Le Mani, Il Geko edizioni.
On line i suoi libri su: Unilibro, La Feltrinelli, Mondadori Store, Libreria Universitaria.it; Ibs. It.

PIERLUIGI PEZZI – Nato e residente a Chiavari, con moglie, figlia e le due nipoti. Laureato nel 1974, ha ricoperto ruoli di responsabilità nazionale nel mondo del lavoro e nei trasporti; fino al 2016, in Autostrade, a Roma. Perito Storico, tra il 2014 e il 2018, per la Causa di Beatificazione di don Nando Negri; da gennaio, per la Causa di Beatificazione del giovane Albino Badinelli. Nominato da Papa Francesco, il 13 febbraio 2023, Cavaliere dell’Ordine Equestre di San Silvestro papa; attualmente assolve diversi incarichi presso la Curia Vescovile di Chiavari, in nome e per conto del Vescovo diocesano, mons. Giampio Devasini. Ha pubblicato (Il Geko edizioni): Mario Sbarbori, Un Dono – 2002; San Pe˘, storie di nostra gente – 2017, (insieme a Margherita Casaretto); Don Gian – 2018; Chiavari per noi – 2020; In novant’anni è cambiato il mondo – 2023.




Tritolo in pillole

Marco descrive la stupidità della normalità delle cose. Lo fa in maniera minimale ed essenziale con questi mini-attacchi al comune senso della merda del mondo in cui viviamo: ogni tanto qualcuno che sa mettere le parole in fila nel giusto ordine esiste. La sagacia che fa brillare queste centosessanta minuscole cariche esplosive ci fa sorridere, riflettere e ci fa incazzare perché è ovvio che il mondo non cambierà per queste centosessanta micro-deflagrazioni, continuerà a essere la congrega di idioti descritta da John Kennedy Toole nel suo romanzo esplosivo Una banda di idioti pubblicato “postumissimo” – farsi fuori spesso è la soluzione a tutto –, ma intanto ci si sente meno soli. Ecco, visto che ho “dovuto” scrivere questa microscopica prefazione, Marco mi perdonerà se nel tempo gli ruberò qualche spunto per le mie canzoni di merda. Per intanto accendiamo un candelotto a Nostra Signora della Dinamite consci che le nostre preghiere per un mondo migliore mai saranno ascoltate.

MARCO SOMMARIVA (Genova, 1963) è nato e vive a Priano, Genova-Sestri Ponente. Ha pubblicato una ventina di libri. Ricordiamo i romanzi Fischia il vento (Sicilia Punto L) con prefazioni di don Gallo e Gianfranco Manfredi e Il venditore di pianeti (Marco Tropea), e i saggi Ribelli 1000-2000, un lungo millennio (Malatempora), Sbirri! (More nocturne books) e Ombre dal futuro (Malamente). Ha pubblicato racconti in antologie quali La rossa primavera (Liberazione) Per sempre ragazzo (Marco Tropea) e Fuoco! (Red Star Press), che hanno visto la partecipazione di scrittori quali Pino Cacucci, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Erri De Luca, Lidia Ravera, Francesco Guccini, Nanni Balestrini, Paolo Nori e molti altri. Sue sono storia e sceneggiatura del fumetto Ventotene, storia di confinati (Ultima spiaggia).




Il tempo e le opere

“È la fine degli anni ’70 e sulla passeggia- ta del Forte (Forte dei Marmi) nasce un rapporto, una collaborazione, un’amici- zia che esite tutt’ora. Rino Valido entra nella galleria Poleschi come visitatore, amatore dell’arte e poi, passo dopo passo, inizia lo scambio arti- stico con Vittorio Poleschi. Rino inizia proponendo la sua pittura, ancora figurativa, accademica, di spe- rimentazione. Poi l’intuizione. Quello che i suoi occhi vedono, diventa- no forme, geometrie, il tutto unito dal- l’utilizzo del colore, che diventerà il suo elemento di studio per anni, prima con campiture compatte, poi sfumate, spe- rimentando persino il collage, quindi la materia. Tutto ciò per arrivare al cardine della sua ricerca: l’equilibrio. Equilibrio di forme e colori in grado di formulare la composizione perfetta. (…) Insomma questi sono brevi cenni di un’amicizia che si mantiene da oltre un quarantennio e come direbbe il grande Vittorio «Oh Caro! Sen né fatta di strada insieme!».” Dalla testimonianza di Vittorio Poleschi




VAL PENNAVAIRE GUIDA DI ARRAMPICATA SPORTIVA
Terza Edizione

Terza Edizione. La Prima edizione risale al 2019 e questa Terza al 2024. Cinque anni sembrano pochi, ma le novità sono state parecchie, soprattutto sul versante delle manutenzioni e della creazione di tiri più facili, destinati al grande pubblico: Telematica, Terminal, Colletta, Basura, Barli, Bricchi della Rocca Rossa. Ma anche falesie fatte rinascere, come il Salvadanaio, o intere multipitches richiodate alla Rocca Rossa. Tutto questo grazie al ricavato dalla vendita delle Guide di Arrampicata. Associazione RocPennavaire, operativa in valle dal 2012.

ROC PENNAVAIRE è un’associazione di arrampicata sportiva dilettantistica (A.S.D.), fondata nel 2012 ed affiliata alla F.A.S.I. dal 2017, avente come finalità principale quella di promuovere la creazione e la valorizzazione di falesie nella Val Pennavaire per l’arrampicata sportiva in piena sicurezza, con un occhio di riguardo verso il rispetto e la protezione dell’ambiente naturale. In sostanza, l’Associazione si preoccupa di sostenere la creazione di nuove falesie, la manutenzione dell’esistente e la pulizia dei sentieri di accesso. Essendo priva di scopo di lucro, l’Associazione finanzia le attività suddette grazie al sostegno dei propri soci, nonché tramite i contributi volontari di simpatizzanti, sostenitori e di tutti coloro che amano questo sport e la Val Pennavaire,e naturalmente con i ricavi delle vendite della presente guida. Se volete associarvi o sostenere l’Associazione, o semplicemente conoscere le news ed effettuare segnalazioni, sul nostro sito trovate tutte le indicazioni utili. www.rocpennavaire.it rocpennavaire@gmail.com




Le ribelli

le ribelli raccoglie riflessioni di donne – intellettuali, scrittrici, attiviste – che nei secoli si sono soffermate sulla condizione femminile, chiedendone il riscatto e la pari dignità rispetto agli uomini. Stupisce cogliere l’attualità di queste rivendicazioni, e viene da chiedersi com’è possibile che nel mondo esistano ancora situazioni di esclusione di bambine e ragazze dall’istruzione, che le donne siano ancora vittime di violenza per mano maschile perché considerate una loro proprietà, che ancora oggi non sia stata raggiunta la parità salariale: la disuguaglianza fra i generi, la condizione di prevaricazione del patriarcato e la costante messa all’angolo delle donne in famiglia e nella società erano, infatti, già state osservate, descritte e denunciate secoli fa da queste pioniere del pensiero femminista e non solo. Alcune figure comprese in questo primo volume sono diventate famose, altre no, e quelle al momento omesse – Mary Shelley, Louise Michel, Simone de Beauvoir, Carla Lonzi e altre – rientreranno nelle prossime pubblicazioni; leggerle saltando qua e là, mettendo a confronto epoche e culture, per molte lettrici potrebbe risultare un godimento masochista, fonte di rabbia, vanto e dolore: preveggenza, visionarietà e autenticità di queste donne, costringeranno i più a domandarsi in quale mondo vivremmo oggi se le avessimo ascoltate. Le ribelli di questa prima uscita sono: Mary Wollstonecraft, Voltairine de Cleyre, Emma Goldman, Sibilla Aleramo, Virginia Woolf, Simone Weil, Alba de Céspedes, Joyce Lussu, Etty Hillesum, Maya Angelou, Anne Frank, Azar Nafisi, Gioconda Belli, bell hooks, Priya Basil, Jude Ellison Sady Doyle, Caroline Criado-Perez e le Donne afghane; benché non abbiano un capitolo a loro dedicato, trovano spazio in queste pagine anche Elsa Morante, Gianna Manzini, Ginevra Bompiani, Marguerite Yourcenar, Elizabeth Gaskell, Amélie Nothomb, Fatou Diome e Léonora Miano.

MARCO SOMMARIVA (Genova, 1963) è nato e vive a Priano, Genova-Sestri Ponente. Premiato da Alessandro Baricco nel 2001 come vincitore del Concorso letterario ideato dalla libreria online bol.com Arnoldo Mondadori Editore, ha pubblicato una ventina di libri. Ricordiamo i romanzi Fischia il vento (Sicilia Punto L) con prefazioni di don Gallo e Gianfranco Manfredi e Il venditore di pianeti (Marco Tropea), e i saggi Ribelli 1000-2000, un lungo millennio (Malatempora), Sbirri! (More nocturne books) e Ombre dal futuro (Malamente). Ha pubblicato racconti in antologie quali La rossa primavera (Liberazione) Per sempre ragazzo (Marco Tropea) e Fuoco! (Red Star Press), che hanno visto la partecipazione di Pino Cacucci, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Erri De Luca, Francesco Guccini e molti altri. Sue sono storia e sceneggiatura del fumetto Ventotene, storia di confinati (Ultima spiaggia) e la raccolta di aforismi Tritolo in pillole (il Geko).




CABIRIA 205
Studi di cinema

Chiunque abbia più di 50 anni potrebbe continuare con i versi di Angeli negri, canzone che oggi farebbe rabbrividire i più, ma che un tempo commuoveva le masse e, forse, contribuì a combattere qual- che pregiudizio razziale. La canzone risale al 1948, al film messicano omonimo di joselito Rodríguez, e in Italia l’hanno cantata in molti tra cui, nella versione più celebre, Fausto Leali negli anni Sessanta. Vi si immaginava un «povero negro» che chiede a un pittore di Madonne di inserire nel suo dipinto almeno un angelo nero, a rappresentare «tutti i negri che hanno pianto». Ecco, in un simile spirito di rivendicazione religiosa terzomondista si inseriscono i due progetti di cui si parla nel Laboratorio, due ipotesi di Vangelo inculturato nella realtà post coloniale africana, alla luce delle novità del Concilio Vaticano II. Ne furono autori due regi- sti italiani fra loro distanti, Vittorio Cottafavi e Valerio Zurlini, entrambi legati alla Pro Civitate Christiana di Assisi nei cui archivi sono emersi i documenti che testimoniano quei progetti. Il primo rimase purtroppo tale; il secondo, dopo varie traversie produttive, diventò un film poco apprezzato eppure tutto da riscoprire. Spero che lo sforzo per ricostruire tutti i passaggi di questa vicenda possa non solo interessare chi si occupa di storia del cinema, ma anche appassionare tutti i lettori per i risvolti umani che contiene. Seguono poi, in Analisi, tre contributi di grande livello: la traduzione, a opera di Adriano Aprà, per la prima volta in italiano, di un testo chiave di Louis Skorecki, Contro la nuova cinefilia (1977-1978), introdotto e chiosato con la consueta acutezza dallo stesso Aprà; la crossmedialità tra fumetti e cinema presso la casa editrice Nerbini negli anni del muto, a cura del giovane e valente studioso Massimo Bonura; le utili e argute considerazioni a latere dell’intervento di Rossellini (che si autodefinisce «curiosissimo») al convegno su “Cinema e comprensione delle diverse culture” del 1959 che abbiamo pubblicato nel numero scorso, considerazioni redatte da Elena Dagrada. Infine, in Cineforum, a cura di Massimo Tria, la lettura necessaria di un film necessario come l’ultimo di Agnieszka Holland, premiato a Venezia.Mancano alcune rubriche, ma abbiamo diverse pagine in più.




Dono e grazia nella poesia di don Frugone

… il libro di Baratta e Pezzi ha il grande merito di ridare voce non solo al “sacerdote” Frugone, ma anche e soprattutto al “poeta” Frugone, che fin dagli anni giovanili ha coltivato una sua lirica non banalmente “devozionale”, ma al contrario intessuta di una fede forte e radicata che scopre il palpito, insieme invisibile e fecondo, dello “Spirito” nella realtà della natura che ci circonda, segno sublime e meraviglioso dell’amore di Dio che ha reso l’uomo custode, e non padrone (come ci ricorda, ammonendoci, papa Francesco), del creato.

FRANCESCO BARATTA È nato e risiede con la moglie Rosetta a Sestri Levante: due figli e cinque nipoti. Commendatore della Repubblica e dell’Ordine Equestre di San Silvestro, già Presidente della Fondazione Beato Junipero Serra, è stato Presidente regionale e Consigliere nazionale dell’Unione Cattolica Stampa italiana e membro dell’Accademia Cultori di Storia Locale. Giornalista pubblicista, ha ricoperto significative responsabilità nell’ambito della curia di Chiavari: direttore del periodico “Il Villaggio del Ragazzo”; Direttore di Telepace; direttore di “Voci dal deserto, monasteri di Betlemme”; direttore editoriale di “Serra Tigullio” ed è stato Direttore dell’Ufficio per la Promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica. È autore di libri e saggi pubblicati da Internòs Ed., F.lli Frilli Ed., Le Mani, Il Geko edizioni. On line i suoi libri su: Unilibro, La Feltrinelli, Mondadori Store, Libreria Universitaria.it; Ibs. It.

PIERLUIGI PEZZI Nato e residente a Chiavari, con moglie, figlia e le due nipoti. Laureato nel 1974, ha ricoperto ruoli di responsabilità nazionale nel mondo del lavoro e nei trasporti; fino al 2016, in Autostrade, a Roma. Perito Storico, tra il 2014 e il 2018, per la Causa di Beatificazione di don Nando Negri; da gennaio, per la Causa di Beatificazione del giovane Albino Badinelli. Nominato da Papa Francesco, il 13 febbraio 2023, Cavaliere dell’Ordine Equestre di San Silvestro papa; attualmente assolve diversi incarichi presso la Curia Vescovile di Chiavari, in nome e per conto del Vescovo diocesano, mons. Giampio Devasini. Ha pubblicato (Il Geko edizioni): Mario Sbarbori, Un Dono – 2002; San P˘e, storie di nostra gente – 2017, (insieme a Margherita Casaretto); Don Gian – 2018; Chiavari per noi – 2020; In novant’anni è cambiato il mondo – 2023.




Un biglietto per piano orizzontale dei Giovi

Dopo il successo ottenuto con il rapido esaurimento del primo Quaderno pubblicato nel 2019 e dedicato alla stazione di Piano Orizzontale, abbiamo pensato ad un’edizione riveduta, con l’aggiunta di uno speciale inserto contenente immagini di vari autori che negli ultimi decenni hanno ripreso i più differenti rotabili in servizio lungo la storica linea dei Giovi. Abbiamo selezionato immagini significative che sono riportate nell’ordine geografico da Genova ad Arquata Scrivia, valorizzandone il punto di ripresa. Tra le fotografie pubblicate in questa appendice troviamo alcune inquadrature d’effetto di Piano Orizzontale dei Giovi, opere d’arte come il lungo rilevato in muratura ad archi a Isola del Cantone, il ponte a torre di Prarolo, ed altri punti che di sicuro incuriosiranno il lettore. La Valle Scrivia è ricca di vie di comunicazione e, oltre alla strada nazionale ed all’autostrada, vanta di avere ben due ferrovie importanti che collegano Genova al nord Italia, attraverso il valico dei Giovi. La Genova-Torino (via Busalla-Isola del Cantone), aperta al pubblico nel 1853 e che presenta la particolare caratteristica di avere una pendenza pari al 35 per mille, la massima ammessa per le linee ferroviarie italiane ad aderenza naturale. E la linea “Succursale” (via Mignanego), realizzata qualche decennio più tardi nel 1889, proprio con lo scopo di affiancare e supportare la linea “storica”, ma con la caratteristica di avere un tracciato più lineare, mantenendo una pendenza costante ed assai inferiore pari al 16 per mille, garantendo migliori prestazioni, soprattutto nell’aumento della velocità e nella conseguente diminuzione dei tempi di percorrenza. L’uscita di una edizione riveduta di questo Quaderno rende quindi onore ad una delle più anziane e belle linee ferroviarie dell’Italia che oggi compie 170 anni. La storia di Piano Orizzontale e le motivazioni che hanno voluto la realizzazione di questa stazione, posta a circa metà della salita della linea “storica” di valico, sono raccontati attraverso documenti, illustrazioni, planimetrie, disegni del materiale rotabile primordiale (i mitici “Mastodonti dei Giovi”), citazioni di personaggi illustri, storie di vita vissuta in ferrovia, cronache dell’epoca della sciagura ferroviaria dell’11 Agosto 1898. Un augurio quindi che anche questa edizione riveduta abbia il successo che merita ed un incentivo all’Associazione Mastodonte dei Giovi affinchè curi una lunga serie di Quaderni che trattano due delle linee ferroviarie di valico di notevole interesse storico e dalle caratteristiche tecniche uniche nel loro genere




Enea Silvio Recagno, trasvolatore atlantico di Cogoleto

Parlare di Enea Silvio Recagno oggi significa ricordare un personaggio di Cogoleto del quale, probabilmente, si conosce piuttosto poco sia perchè morì quasi novant’anni fa (1936), sia perchè la sua esistenza fu breve essendo nato nel 1900. Considerando i dati anagrafici si può sostenere che ebbe la fortuna di evitare la partecipazione ai due conflitti mondiali del XX secolo. Uomo dal carattere abbastanza riservato tipico della gente di Liguria e amante del mare, studiò dapprima all’Istituto Nautico, quindi all’Accademia navale. Quando entrò nella neonata Aviazione italiana (costituita nel 1923) in qualità di esperto pilota di idrovolanti, partecipò a viaggi esplorativi e ad alcune tra le principali crociere aeree italiane di massa effettuate tra la fine del secondo e l’inizio del terzo decennio del Novecento. Il regime fascista le enfatizzò, cercando di trarne la massima notorietà per avvalorare la propria immagine. Il libro non ripercorre nel dettaglio il loro svolgimento; la narrazione si sofferma, invece, soprattutto su aspetti che più da vicino riguardano Enea Silvio. L’ampia documentazione fotografica che correda il testo, unitamente alle immagini a colori, disegni e manifesti dell’epoca, dà un’idea di come in quegli anni si volle dare risalto alle trasvolate di massa, oltre che alle traversate in nave, e di come illustratori e disegnatori li rappresentarono. Questi ultimi documentarono anche il periodo coloniale italiano libico e dell’Africa Orientale. Per la sua temerarietà Recagno sperimentò, tra i primi collaudatori e più volte, sia i lanci di idrovolante da nave con il “sistema a catapulta”, sia gli aviolanci con il paracadute “Salvator”. La sua vita fu legata al mare come quella del fratello più anziano Alessandro (che divenne comandante della Marina Mercantile), ed all’aria, come quella del fratello più giovane Diego (divenuto generale di Brigata Aerea).  Il rapporto con Cogoleto fu più continuativo durante i primi anni fino al completamento della Scuola elementare e dell’Istituto superiore. Poi, per necessità, dovette staccarsi dal paese natale ed anche un po’ dai famigliari. Quando tuttavia riusciva ad avere qualche momento libero o periodi di congedo, ritornava presto a trovare la mamma (rimasta vedova quando Enea Silvio era quindicenne), le sorelle ed il fratello più giovane, e ad incontrare conoscenti e amici. Tra questi, oltre a cogoletesi con i quali aveva trascorso l’infanzia, vi erano anche alcuni aviatori liguri con cui aveva condiviso esperienze formative e avventure aeree transatlantiche. Fu Italo Balbo, allora ministro dell’Aeronautica, che lo chiamò ad entrare nella Scuola di Alto Mare di Orbetello come comandante dell’idrovolante I-RECA (I stava per Italia e RECA era l’abbreviazione del cognome del primo pilota). Al pari di alcuni altri validi aviatori scelse poi di seguire Balbo in Libia, dopo la nomina di questi a Governatore generale. Proprio durante un incidente al decollo da Genova per rientrare in Libia si concluse la vita di Enea Silvio.

Auguro che i testi e le illustrazioni che completano il libro, possano contribuire a mettere maggiormente in luce e a far apprezzare questo intrepido aviatore cogoletese.

TULLIO PAGLIANA Nato a Ormea (CN) in Alta Val Tanaro, risiede a Cogoleto (GE). Ha scritto diversi libri legati alla storia dell’Alta val Tanaro. La sua precedente pubblicazione di argomento aeronautico si intitola: “Stefano Cagna, un aviatore al fianco di Italo Balbo”, edizione a cura del Comune di Ormea, 2002. Ha scritto inoltre il volume: “Gli ospedali del Ponente genovese. Voltri, Cogoleto, Arenzano, Pegli-Pra’, Campoligure, Rossiglione. Storia, personaggi, immagini”, stampato nel 2010 a cura della Asl3 Genovese.




Svelati i segreti di Cristoforo Colombo

Il mare, il viaggio, il fascino dell’avventura e la storia di un uomo che ha voluto sfidare soprattutto se stesso con il coraggio di affrontare l’ignoto, per appagare la curiosità e la sete di conoscenza, che spesso portano

alle grandi scoperte della storia e spingono alle sfide più estreme, sono alla base di questo studio. Il mare rappresenta, per gli abitanti della costa, sia fonte di sostentamento e via di comunicazione sia motivo di preoccupazione e tristezza per le possibili avversità. In ragione di ciò, gli abitanti di Cogoleto si rapportano ad esso con devozione e rispetto, ne temono la forza ma ne ammirano la bellezza. Chi abita la nostra terra conosce bene il sapore e l’odore del mare immutati nello scorrere dei secoli. Sono le stesse emozioni che hanno segnato la vita del Grande Navigatore, la cui immagine ritorna spesso nella nostra storia, unitamente a quella di Bernardo Colombo, cogoletese, aspirante alla successione nei beni dell’Ammiraglio, all’estinguersi della linea ereditaria diretta. Il Comune di Cogoleto, ormai da tempo, porta avanti iniziative volte rivalutare la figura di quest’ultimo e le tradizioni colombiane locali. In quest’ambito l’acquisizione di una cospicua mole di documenti archivistici, nella quasi totalità inediti, ha consentito, non solo di dimostrare la liceità delle rivendicazioni di Bernardo Colombo e l’onestà del personaggio, da subito accusato di falso e bistrattato, nel corso dei secoli, da più di un autore, ma anche di riconsiderare molti aspetti della vita dello Scopritore. Lo studio che ne è scaturito, accurato e puntuale, frutto di un impegno lungo e faticoso degli Autori, ha consentito di raggiungere entrambi gli obiettivi, portando anche nuova luce sulle vicende personali dello Scopritore, sulle parentele e sul luogo natio, che documenti ufficiali italiani e spagnoli, indicano in Cogoleto. L’Amministrazione Comunale di Cogoleto auspica pertanto che quest’opera, in cui si sono utilizzati al meglio fonti documentarie e contributi di studiosi di ogni tempo e paese, consenta un sereno confronto di opinioni ed un nuovo impulso alla ricerca. Tutto questo per rendere omaggio alla figura di un grande Cogoletese.




Scarsa lingua di terra che orla il mare
Il mondo di Camillo Sbarbaro

A Santa Margherita Ligure Camillo Sbarbaro ha vissuto ben poco: dal 12 gennaio 1888, giorno della sua nascita, all’inizio del 1894, quando, rimasto orfano di madre nel precedente ottobre, si trasferisce con il padre e la sorellina, nel paese collinare di Voze, vicino a Spotorno. Ma è noto che le esperienze vissute nell’età infantile spesso segnano per tutta la vita e così è stato per Sbarbaro che, con il padre e la sorellina, sin da piccolo era stato abituato a camminare su per le prime pendici del monte di Portofino per conoscere il mondo della natura; gli odori e i colori, ma non solo dei fiori e delle piante più belle, ma anche degli insetti, delle erbette e dei muschi, attività che poi svilupperà nelle pause della sua vita militare: “Mi son dato a corpo perso alla botanica: scruto ogni indizio di verde che la neve lascia allo scoperto” scriverà il 9 gennaio 1919 all’amico Angelo Barile. Era dunque nata in lui bambino, in compagnia del padre e della sorella compagna delle sue escursioni (si veda la poesia La bambina che va sotto gli alberi) una stretta simbiosi con il mondo naturale che resterà per sempre nella sua vita e nelle sue pagine, come anche appare da alcuni suoi ricordi giovanili come questo inserito nel 1958 nei Fuochi fatui: Ogni volta che passo davanti al rosso caseggiato dove nacqui, vedo, al di là del cancelletto che dà sul cortile, due bambini: seduti sui calcagni, piluccano di tra la ghiaia certa erbolina che ha in bocca un sapore agretto (non cercai mai di conoscerne il nome: la profanerebbe). Ecco allora perché le sue poesie e prose liriche abbondano di spazi consolatori e quasi felici nelle descrizioni di paesaggi e del mondo della natura, così come al contrario quando la vita lo porta a vivere nella grande città in pieno sviluppo prima della Grande Guerra e dunque con spazi verdi sempre più ridotti, la sua malinconia, che talora sfocia in rabbia, non avrà confini al punto che nei versi di Pianissimo Genova non sarà neppure nominata e descritta solo come luogo di alienazione e di perdizione. E quando più tardi si abituerà infine alla vita nel capoluogo ligure, sarà per lui un piacere camminare al di fuori del centro e su per sentieri, percorrendo – come scriverà nelle Vedute di Genova – “quella che al giro del Follo s’inerpica di là del Bisagno – e la montagna sembra porgerle in fianco – ed è la mulattiera che conduce a Sant’Eusebio”. Riappacificatosi dunque con la Genova della periferia collinare e pur cominciando a cogliere anche nella metropoli spunti a lui congeniali, qui Sbarbaro vivrà di fatto tra il 1912 e il 1951 con le parentesi delle due guerre: nella prima richiamato alle armi e nella seconda sfollato prima a Spotorno e poi sulle sue frazioni collinari per sfuggire ai bombardamenti e poi alle violenze nazifasciste; e sarà proprio questa l’occasione per riavvicinarsi a quella natura vitale, fatta di foglie e di insetti oltre che di colori e profumi che era entrata in lui nei giorni dell’infanzia vissuti a Santa Margherita Ligure. E di questo mondo si nutre gran parte della sua produzione letteraria, offrendo così ai lettori occasione per conoscere da vicino, attraverso le sue parole, angoli di Liguria altrimenti ignoti; e se i lettori hanno anche la passione della fotografia ecco che gli scritti di Sbarbaro sono occasione unica per realizzare scatti di forte emozione come quelli esposti in questa mostra. E allora in una sequenza di immagini sempre più coinvolgenti, ecco apparire dai Trucioli e poi dai Fuochi fatui “alberi che sono delicate trine sciori- nate” e “il corbezzolo, mentovato da Lucrezio, che reca in una i mazzetti di bianchi fiori e lo scarlatto dei frutti”, e in autunno, i “grappoli che si scoprono, spogliando la vite, pregni di dolcezza”, mentre in marzo, allo sbocciare della primavera, “sul muro di cinta il tralcio del glicine s’incipria di azzurro” e più in su “gli uliveti salgono i colli, simili a greggi da tondere”; e se gli ulivi con le loro foglie che li adornano danno il senso della vitalità, “l’albero ignudo a mezzo inverno che s’attrista nella deserta corte” sollecita nel poeta un timore esistenziale: “io non credo di mettere più foglie e dubito d’averle messe mai” come leggiamo in una delle sue prime poesie inserite nella raccolta Pianissimo. E naturalmente non possono mancare gli amati licheni: “finché approdai ai Licheni… la dorata parmelia che il muro incrosta”. Della natura fanno parte anche i borghi che in essa si immergono e allora ecco spuntare un campanile che “in vista del cimitero, è un pastore che si trae dietro un gregge di croci e di cippi”, mentre nel paese marino il salmastro “morde le torri rosse di vedetta, lustra l’acciottolato dei portici tozzi e bui”. Già, il mare. A Santa Margherita Ligure il bambino Camillo non ha familiarizzato solo con le piante e gli insetti perché poco più in basso dalla casa della sua famiglia si raggiunge il mare e allora ecco che sulla spiaggia della sempre più attraente cittadina egli ha sentito il rumore delle onde e l’odore dell’acqua salata. E questa esperienza di vita marinara sarà poi ripetuta quando la famiglia, nell’autunno del 1894, si trasferirà a Varazze, altra cittadina di mare, per viverci fino al 1904; e al mare tornerà definitivamente per gli ultimi quindici anni della sua vita quando andrà a stabilirsi con la sorella a Spotorno. Ed ecco allora il mare entrare nelle sue poesie, diversamente e meno che nel primo Montale di Ossi di seppia dove rappresentava per il poeta la sola contrapposizione salutare alla freddezza della città. Per Sbarbaro c’era soprattutto la già ricordata simbiosi con il mondo naturale, sicché il mare da lui era visto come uno degli elementi, ma non l’unico e neppure il più appassionante, del mondo della natura anche se ad esso volentieri si abbandonava. E così “ti siedi e taci sulla spiaggia sterposa di contro a un pallido mare”, “un mare brulicante d’oro dove le vele sono fiamme esili” finché giunge l’ora del tramonto: “Quand’ecco, nell’appropriato scenario, il sole balza, bolla infuocata, sciorinandosi ai piedi un tremolante tappeto arancione”. E c’è il mare quieto come una “fredda lavagna infinita, percorsa da brividi di vento” e quello la cui “collera sugli scogli è il solo canto che s’accorda a te”, il mare che incornicia “il promontorio in faccia all’isolotto di Bergeggi” e quello a picco sotto “l’innocenza dell’albero! Il sole, l’acqua lo toccano in ogni foglia” in un dolce incrocio tra mare e vegetazione”. Ecco questo meraviglioso mondo naturale, ricco di ingredienti delle più varie specie, che troviamo soprattutto nelle pagine di prosa lirica di Sbarbaro, ora rivive nelle 33 fotografie, esito di artistica sensibilità e di avanzata tecnica, che sono qui esposte.




Quadrifonia

Non è mai semplice, quando si tratta di una mostra collettiva, individuare il filo che unisce gli artisti scelti, specie se si tratta di artisti di generazioni diverse e che utilizzano materiali diversi. Questa difficoltà può però essere la forza di una commistione di sensibilità e approcci, specie se il contesto espositivo è il fatto determinante, il motore primo dell’esposizione. E nel caso specifico, gli spazi industriali delle ex Officine Olivetti, una sorta di cattedrale dell’impresa italiana, del genio dell’impresa italiana, imponevano di essere all’altezza soprattutto nel senso della poliedricità, o della “polimeccanicità”, avrebbe detto Omero, delle opere che dovevano per forza echeggiare, pur lontane, il clima di innovazione introdotto da Adriano Olivetti.Con questa precauzione, insieme ad Andrea Daffra, abbiamo deciso di chiamare quattro artisti che sperimentano le quattro componenti base del fare arte e cioè forma, segno, materia, colore che è rimasto il sottotesto rispetto al titolo Quadrifonia, essendo la quadrifonia una tecnica di registrazione del suono che prevede quattro flussi sonori destinati a essere riprodotti ognuno da un diverso diffusore acustico. Ci è piaciuta, non solo l’idea di un suono composto da quattro suoni che proprio per questo assume, nella complessità, una purezza e una fedeltà assolute, e una unicità nuova, ma anche l’assonanza con “quadrofonia” che sarebbe stato un neologismo degno di Olivetti, una musica cioè proveniente dai quadri, nel miglior intento soprattutto dell’astrazione storica di inizio Novecento e delle idee di Henri Bergson, cioè di un’arte capace di mediare – come la musica – sentimenti, senza utilizzare figure. Così siamo partiti da Enzo Cacciola, membro storico della Pittura Analitica, di cui tra poco cadranno i cinquanta anni, che si è sempre mosso sul crinale tra segno e materia, cercando la via di un’arte concettuale che però non rinunciasse al dato pittorico né paradossalmente a quello materico, pur nella rarefazione del colore. In opposizione tensiva, una grande installazione di forte impatto visivo, sintetizza invece il lavoro di Marica Fasoli che abita quel territorio complesso tra astrazione e iperrealismo, venendo a definire un campo di azione nuovo in cui la materia si assoggetta al segno e il segno al colore; resta perfino il dato concettuale poiché l’artista principia il suo lavoro dalla costruzione di origami che poi vengono smontati e di cui rimane solo la piega. Federico Ferrarini, al contrario, che da anni lavora sulla pietra, innesta sul dato propriamente materico una componente di forte spiritualità che gli consente una fuoriuscita dal minimalismo e un’apertura verso il simbolismo, anch’egli con una istallazione che dialoga perfettamente con lo spazio Olivetti, piovendo dalle arcate come una cascata, la materia dura assume un carattere quasi aereo. Infine Alfredo Rapetti Mogol, in stretto confronto con Cacciola, si concentra sul segno che diventa testo, o per essere ancora più precisi sul testo che ritorna a essere segno: il pretesto assorbe il contesto e dunque il testo in una dimensione tra minimalismo e arte concettuale, ma intrisa di forte lirismo. Indimenticabile se il ami ac ur a, che esemplifica alla perfezione la questione su cui riflette da sempre l’artista milanese fin dagli esordi delle prime tele monocrome intessute di una scrittura segnica ma priva di riferimenti comprensibili, in questo caso però lo sforzo visivo e cognitivo dello spettatore è in grado di ricostruire il senso della frase che si appalesa miracolosamente e in questo sta la bellezza di un’opera che oserei dire “cinetica”.




In cammino con padre Mauri a Sestri Levante

“È una calda mattinata del giugno 1922. Sotto la pensilina della Stazione Centrale di Milano è in partenza il treno per la Riviera Ligure. Un gruppo di signore occupa un modesto scompartimento. È diretto con me a Sestri Levante per aprire una casa destinata all’assistenza delle madri vedove e orfani dei caduti in guerra. È il battesimo dell’Opera Madonnina del Grappa, ancora in pectore”. Così scrive padre Mauri, nel 1952. Da quell’anno ad oggi, circa 300mila persone sono arrivate a Sestri Levante. Hanno sostato presso l’Opera Madonnina del Grappa, hanno percorso le strade di Sestri, ne hanno incentivato l’economia, hanno potenziato i servizi delle ferrovie e degli uffici postali, hanno diffuso in tutta Italia la rilevanza turistica e culturale della città di Sestri e del suo territorio. La Casa di Sestri Levante è cuore pulsante della Chiesa e di tutta la Famiglia spirituale di Padre Mauri, diffusa in Italia e in Rwanda. La sua missione è quella stessa della Chiesa: annunciare con la vita che più forte della morte è l’amore e perciò solo l’amore salva. Un amore che si fa Casa che accoglie e dove ogni viandante della vita può sostare, dove c’è sempre una porta aperta e una luce accesa. Forse, in una notte buia, quella luce può essere un punto di riferimento e qualcuno che si era perduto può ritrovare la sua strada.  (dalla introduzione di Rita De Micheli – Responsabile Generale dell’Opera Madonnina del Grappa)

FRANCESCO BARATTA È nato e risiede con la moglie Rosetta a Sestri Levante: due figli e cinque nipoti. Commendatore della Repubblica e dell’Ordine Equestre di San Silvestro, già Presidente della Fondazione Beato Junipero Serra, è stato Presidente regionale e Consigliere nazionale dell’Unione Cattolica Stampa italiana e membro dell’Accademia Cultori di Storia Locale. Giornalista pubblicista, ha ricoperto significative responsabilità in ambito diocesano: direttore del periodico “Il Villaggio del Ragazzo”; Direttore di Telepace; direttore di “Voci dal deserto, monasteri di Betlemme”; direttore editoriale di “Serra Tigullio” ed è stato Direttore dell’Ufficio per la Promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica. È autore di libri e saggi pubblicati da Internòs Ed., Fratelli Frilli Ed., Le Mani, Il Geko edizioni. On line i suoi libri su: Unilibro, La Feltrinelli, Mondadori Store, Libreria Universitaria.it; Ibs.it. Di recente, ha condiviso con Pierluigi Pezzi le pubblicazioni: Don Marcello Botto, un parroco e la sua gente – 2016 e 2023; Alfredo Bastogi, Sacerdote di famiglia in famiglia – 2021; Agostino Dellepiane, sacerdote a Barbagelata dal 1951 al 1989; Da quel 2 luglio nell’orto … incontri e miracoli; Chiesa di Chiavari, da 130 anni diocesi – 2022; In cammino con padre Mauri a Sestri Levante – 2023.

PIERLUIGI PEZZI Nato e residente a Chiavari, con la moglie; una figlia e due nipoti. Laureato nel 1974, ha ricoperto ruoli di responsabilità nazionale nel mondo del lavoro e nei trasporti; fino al 2016, in Autostrade, a Roma. Perito Storico, tra il 2014 e il 2018, per la Causa di Beatificazione di don Nando Negri; da gennaio per la Causa di Beatificazione del giovane Albino Badinelli.  Nominato da Papa Francesco, il 13 febbraio 2023, Cavaliere dell’Ordine Equestre di San Silvestro papa; attualmente, assolve diversi incarichi presso la Curia Vescovile di Chiavari, in nome e per conto del Vescovo diocesano, mons. Giampio Devasini. Ha pubblicato (Il Geko edizioni): Mario Sbarbori, Un Dono – 2002; Don Gian – 2018; Chiavari per noi – 2020; È cambiato il mondo – 2023.  Con Margherita Casaretto: San P˘e, storie di nostra gente – 2017.  Con Francesco Baratta: Da San Quirico a San Bernardo; Don Botto, un parroco e la sua gente; Non solo don Nando; Olga e Gigetto Negri; L’arte culinaria nel bel Paese: regole e tradizioni per monasteri e abbazie; Alfredo Bastogi, sacerdote di famiglia in famiglia; Agostino Dellepiane, sacerdote a Barbagelata dal 1951 al 1989; Da quel 2 luglio nell’orto … incontri e miracoli; Chiesa di Chiavari, da 130 anni diocesi; In cammino con padre Mauri a Sestri Levante.




La Società del Giardino e Palazzo Spinola
Cenni Storici, Ambienti, Arte e Arredi

Nel 2023 la Società del Giardino raggiunge un traguardo prestigioso: quello dei duecentoquarant’anni di attività. Un’attività sociale che non ha mai subito interruzioni (se non quella della durata di un mese o poco più, imposta dagli austriaci a metà dell’800 durante i moti insurrezionali e quella, recentissima ma un po’ più lunga, dettata dalla pandemia). In alcune delle memorie storiche del Sodalizio si parla della Società del Giardino in questi termini, paragonando i soci a un mazzo di fiori: «…come i fiori, dovendo la propria prosperità all’essere stati trapiantati dalle modeste sedi di Vicolo dei Ponzi, di Due Muri e infine Via Clerici per crescere, a partire dal lontano 1818, in floridezza e fama nel monumentale palazzo Spinola…». Queste furono le radici curate e coltivate «…da un esiguo gruppo di buoni ambrosiani, fino a raggiungere quella floridezza e armonia di intenti dovuta al concorde volere di gentiluomini rispettati nelle scienze, nelle arti, nelle industrie, onorandosi di appartenere al Circolo…». Rileggere queste poche parole scritte dal Consiglio Direttivo al principio del Novecento significa respirare quella che è ancora oggi l’atmosfera del Circolo: gentiluomini orgogliosi di esserne parte, assicurando continuità alle tradizioni conviviali, culturali e di amicizia che da sempre animano la vita sociale quotidiana a Palazzo Spinola. Nel corso di più di due secoli, la Storia, quella con la S maiuscola, è passata dalle sale del nostro Circolo: la grande temperie culturale dell’Illuminismo, la parabola di Napoleone, la restaurazione austriaca, i moti insurrezionali, il Regno d’Italia, i due grandi conflitti mondiali, fino ad arrivare alle sfide dei nostri giorni. Il Circolo è stato testimone anche di tante trasformazioni e molteplici cambiamenti verificatisi nel tessuto sociale, nel mondo dell’impresa, nell’urbanistica, senza che queste ne abbiano intaccato lo spirito costituente che è rimasto integro, resistente. La sede sociale è stata via via arricchita e abbellita nonostante i rilevanti danni subiti a causa del bombardamento alleato su Milano dell’agosto 1943. La compagine sociale ammonta oggi a più di cinquecento soci: soci che sono anzitutto amici, che continuano a rappresentare un punto di riferimento per la città di Milano, ma senza apparire. Anzi: con garbato, silenzioso profilo. Il primo numero del «Corriere della Sera» (siamo nel 1876) che consta di tre pagine di cronaca riporta, nella sezione della cronaca cittadina titolata Effemeridi Milanesi, il resoconto di una riuscita festa al Circolo, dove l’atmosfera era di viva internazionalità. Internazionalità che ancora oggi ci pregiamo di coltivare, attraverso quella rete di selezionate reciprocità con Circoli di tutti i continenti, partendo da una Milano che, da sempre, non ha voluto rinunciare alla vocazione che viene dal suo nome: mediolanum, terra di mezzo, terra di incontro tra nord e sud, tra est e ovest. Restiamo nell’Ottocento: nel 1881 l’editore Vallardi affidò a Vespasiano Bignami, pittore Scapigliato anima della Famiglia Artistica Milanese, il compito di descrivere il variegato mondo dell’associazionismo milanese. Scrive Bignami, paragonando i milanesi a «molecole simpatizzanti» che formano «nuclei per forza di attrazione e si vanno ingrossando»: «ho scoperto che se i milanesi si associavano così volentieri e la duravano a tenersi uniti, manifestavano d’essere di buona pasta e laboriosi, perchè le associazioni o si propongano una meta seria, o sieno mero passatempo, oppure una mistura di questi due ingredienti, portano sempre del lavoro». Labor omnia vincit.

Vantiamo inoltre una tradizione sportiva che è frutto di una scelta strategica dei nostri predecessori, i quali videro nella pratica della scherma una disciplina sportiva utile al corpo e al carattere, funzionale alla crescita psicoattitudinale e fisica del galantuomo. Questa tradizione ultracentenaria ha portato la Società del Giardino a ricevere, per prima in Italia, il Collare d’Oro al Merito Sportivo, attribuitoci nel 1997 dal C.O.N.I. per i tanti successi olimpici e mondiali dei nostri atleti. Nel medesimo anno abbiamo ricevuto il Trofeo Olimpico dal C.I.O. La nostra Sala d’Armi è infatti ancora oggi la società sportiva nazionale che ha vinto di più, con i suoi ventinove ori olimpici e quarantasei ori mondiali. I rapporti con il Corpo Diplomatico, con le Forze Armate, con i numerosi Circoli Reciprocati in Italia e all’estero e con le istituzioni culturali del territorio fanno sì che la Società del Giardino sia oggi un punto di riferimento per la città di Milano. Il Circolo è socio permanente della Croce Rossa Italiana sin dai primissimi anni del Novecento. È dunque con grande piacere che quest’anno ristampiamo il presente volume, che ripropone, aggiorna ed integra il catalogo illustrato organizzato per sale della quadreria, delle sculture e degli arredi ideato e curato dal Starleen K. Meyer ed edito in prima edizione nel 2008, e ristampato nel 2016. Sono state inserite due nuove sezioni, con contenuti inediti. Una prima sezione si sofferma ad elencare gli ambienti e le sale più importanti di Palazzo Spinola, dandone anche qualche cenno storico, per poter meglio seguire la descrizione del patrimonio artistico illustrata nel corpo principale del volume. È stata poi aggiunta una seconda sezione: una nuova ricerca storica e iconografica che vorrebbe provare a comprendere come il Circolo ha rappresentato graficamente la propria identità nel corso degli anni, a partire dagli albori. Si è cercato infatti di ricostruire la storia e l’evoluzione di quello che potremmo oggi chiamare il logo del Club, ovvero la corbeille floreale che oggi lo rappresenta. Emerge così dalla narrazione, combinata alle schede di catalogo e alle immagini, una guida al patrimonio artistico della Società del Giardino inserita nel contesto storico, culturale e sociale che l’ha vista nascere, svilupparsi ed evolversi.




Giuseppe Pesa a Camogli
Memoria di una bellezza infinita

Per ragioni di età e di ancora discreta memoria posso rientrare fra le persone che si ricordano del pittore Giuseppe Pesa. Per averlo visto muoversi a Camogli e per aver potuto guardare le sue opere … quando le realizzava e anche in seguito nelle case dei suoi numerosi e agiati committenti e in qualche esposizione come quella allestita adesso. Ricordo abbastanza nitidamente – nonostante la differenza di anni – lui un uomo fatto e io un ragazzo, quel tipo di provenienza meridionale ( credo calabrese) di bassa statura, di modi spicci e di parlata svelta, un po’ agitata che doveva essere arrivato a Camogli per qualche motivo personale e aveva probabilmente riconosciuto nel paesaggio, nel porto di Camogli, nelle sue case e soprattutto nell’ambiente marino un’affinità strutturale e coloristica con la sua terra di provenienza, che nel corso della sua attività artistica fu capace di restituirsi nei suoi quadri, con sensibilità personale e maestria tecnica evidente. Di mio posso aggiungere che ho trovato una volta un testo di prosa di Montale che accostava – da par suo – alcune qualità paesaggistiche delle “sue” giovanili Cinque Terre con l’attraente originalità territoriale della Calabria Tirrenica (lascio il valore del riferimento a chi lo ha formulato). E così anche all’impreparazione del ragazzo o del giovane che ero io allora, quei quadri di Pesa apparivano piacevolmente composti e coloristicamente risolti in maniera affine alla migliore tradizione paesaggistica regionale e nazionale. Di quelle lontane emozioni conservo dunque una gradevole memoria non disgiunta dalla gratitudine dovuta a chi ha saputo leggere la realtà dove vivevo ( e continuo a stare) e a farmene risaltare l’obiettiva bellezza Silvio Ferrari 31 luglio 2023




Don Marcello Botto
Un parroco e la sua chiesa

In questo volume con prefazione di mons. Alberto Tanasini – Vescovo diocesano di Chiavari, sono tre le parti proposte: • una semplice biografia di don Marcello, per ricordare le tappe della sua vita, collocandole nel contesto familiare, sociale, economico e culturale del territorio e della chiesa chiavarese.. • La documentazione riferita ai lavori di rigenerazione della Basilica di S. Salvatore dei Fieschi, all’inizio del ministero parrocchiale di don Botto (1968 – 1970), favorisce la riscoperta dell’immagine di don Marcello in preghiera nella sua chiesa; c’è un intreccio spirituale, nel fascino mistico della semplicità, nella bellezza ascetica del tempio, tra le note armoniose di un silenzio essenziale. • Le omelie nella Messa domenicale, nell’ultimo anno di vita di don Marcello con una chiave di lettura suggerita da don Federico Pichetto (certamente tra gli eredi spirituali di don Marcello e Missionario della Misericordia nel Giubileo Straordinario del 2016 voluto da Papa Francesco). La lettura di queste meditazioni appare come una sfida per i nostri giorni: più ti addentri nello scorrere le omelie di don Marcello più intuisci l“oceano di santità” nel quale ha vissuto, sempre con un anelito di Paradiso.

FRANCESCO BARATTA È nato e risiede con la moglie Rosetta a Sestri Levante: due figli e cinque nipoti. Commendatore della Repubblica e dell’Ordine Equestre di San Silvestro, già Presidente della Fondazione Beato Junipero Serra, è stato Presidente regionale e Consigliere nazionale dell’Unione Cattolica Stampa italiana e membro dell’Accademia Cultori di Storia Locale. Giornalista pubblicista, ha ricoperto significative responsabilità in ambito diocesano: direttore del periodico “Il Villaggio del Ragazzo”; Direttore di Telepace; direttore di “Voci dal deserto, monasteri di Betlemme”; direttore editoriale di “Serra Tigullio” ed è stato Direttore dell’Ufficio per la Promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica. È autore di libri e saggi pubblicati da Internòs Ed., Fratelli Frilli Ed., Le Mani, Il Geko edizioni. On line i suoi libri su: Unilibro, La Feltrinelli, Mondadori Store, Libreria Universitaria.it; Ibs.it. Di recente, ha condiviso con Pierluigi Pezzi le pubblicazioni: Don Marcello Botto, un parroco e la sua gente – 2016 e 2023; Alfredo Bastogi, Sacerdote di famiglia in famiglia – 2021; Agostino Dellepiane, sacerdote a Barbagelata dal 1951 al 1989; Da quel 2 luglio nell’orto … incontri e miracoli; Chiesa di Chiavari, da 130 anni diocesi – 2022; In cammino con padre Mauri a Sestri Levante – 2023.

PIERLUIGI PEZZI Nato e residente a Chiavari, con la moglie; una figlia e due nipoti. Laureato nel 1974, ha ricoperto ruoli di responsabilità nazionale nel mondo del lavoro e nei trasporti; fino al 2016, in Autostrade, a Roma. Perito Storico, tra il 2014 e il 2018, per la Causa di Beatificazione di don Nando Negri; da gennaio per la Causa di Beatificazione del giovane Albino Badinelli.  Nominato da Papa Francesco, il 13 febbraio 2023, Cavaliere dell’Ordine Equestre di San Silvestro papa; attualmente, assolve diversi incarichi presso la Curia Vescovile di Chiavari, in nome e per conto del Vescovo diocesano, mons. Giampio Devasini. Ha pubblicato (Il Geko edizioni): Mario Sbarbori, Un Dono – 2002; Don Gian – 2018; Chiavari per noi – 2020; È cambiato il mondo – 2023.  Con Margherita Casaretto: San P˘e, storie di nostra gente – 2017.  Con Francesco Baratta: Da San Quirico a San Bernardo; Don Botto, un parroco e la sua gente; Non solo don Nando; Olga e Gigetto Negri; L’arte culinaria nel bel Paese: regole e tradizioni per monasteri e abbazie; Alfredo Bastogi, sacerdote di famiglia in famiglia; Agostino Dellepiane, sacerdote a Barbagelata dal 1951 al 1989; Da quel 2 luglio nell’orto … incontri e miracoli; Chiesa di Chiavari, da 130 anni diocesi; In cammino con padre Mauri a Sestri Levante.




Il Diritto di una Scintilla

Qual è il Diritto di una Scintilla? Scatenare un immenso incendio: ed è questo che accadrà durante una semplice caccia al tesoro tra amiche, che si rivelerà tutt’altro. Storie ambientate in più epoche s’intrecciano e sono connesse in un grande “Gioco”: i migliori avventurieri del mondo si sfidano tra enigmi e ostacoli oltre l’ultima frontiera, nei luoghi più selvaggi e inospitali del Pianeta. Qual è il mistero dietro al grande sistema? Questo è il primo libro di una saga che condurrà il lettore in un mondo nel mondo, in cui scoprire le radici dell’esistenza.

CHRISTIAN ROCCATI è scrittore, guida ed esploratore. Dirige l’Extreme Team di Kailas, per cui fa formazione e conduzione. Storico, artista, Accademico e Testimonial Alpinistico del GISM, ha al suo attivo oltre 34 libri, 1500 articoli, premi letterari e più di 700 conferenze tra cui il TEDx. Atleta agonista con 8 podi ai campionati italiani e numerosi record, tra cui un viceprimato nazionale e il minimo per i mondiali, pratica in apertura e ripetizione ogni disciplina esistente nel panorama outdoor, tra le terre estreme del mondo, dalle salite sulle montagne himalayane alle traversate nei deserti, sul mare congelato o nelle foreste, dalle scalate sulla punta dei millimetri alle immersioni sotto il ghiaccio o le discese in grotta.




Come in un sogno avverato

“Perché la poesia in questo mondo infame è la strada verso la luce che illumina la vita di un umile”. Questo è quello che mi disse una volta un barbone ubriaco sulle rive di un fiume senz’acqua. Sembravano parole senza senso invece mi hanno accompagnato per tutta la vita. Perché la poesia è compagna di chi è solo, di chi non riesce a gridare la sua gioia e il suo dolore, di chi ha paura di conoscere e di sapere ma che dentro sa e conosce il senso della vita.

STEFANO DE LORENZI (1956) non è un poeta di professione, ma ha vissuto la vita come se fosse una poesia. È stato un magazziniere, un cantautore, un regista radiofonico, un responsabile commerciale, un ristoratore, un creatore di agriturismi, un contadino, un produttore di birra, un consumatore appassionato di vino, un marito, un papà, un nonno.